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La tua nuova casa sarà progettata per la condivisione?

Per chi non dovesse ancora aver compreso il peso e l’incidenza della sharing economy sulla realtà concreta delle nostre vite, vale la pena riflettere su un aspetto messo ultimamente in evidenza da Joe Gebbia, cofondatore di Airbnb e chief product officer del gruppo. È quello della progettazione della abitazioni del futuro. Che, almeno in buona parte, specialmente in certe metropoli e in certi mercati, saranno orientate alla condivisione. Dunque a un cambio di paradigma radicale: dalle categorie di intimità e separazione a quelle di accoglienza e collaborazione. In altre parole: come sarà la casa del futuro? No, una volta tanto non parliamo di smart home ed ecosistema domotico ma proprio di concezione architettonica degli spazi e delle funzioni di un’abitazione.

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Per chi non dovesse ancora aver compreso il peso e l’incidenza della sharing economy sulla realtà concreta delle nostre vite, vale la pena riflettere su un aspetto messo ultimamente in evidenza da Joe Gebbia, cofondatore di Airbnb e chief product officer del gruppo. È quello della progettazione della abitazioni del futuro. Che, almeno in buona parte, specialmente in certe metropoli e in certi mercati, saranno orientate alla condivisione. Dunque a un cambio di paradigma radicale: dalle categorie di intimità e separazione a quelle di accoglienza e collaborazione. In altre parole: come sarà la casa del futuro? No, una volta tanto non parliamo di smart home ed ecosistema domotico ma proprio di concezione architettonica degli spazi e delle funzioni di un’abitazione.

Gebbia ne ha parlato negli ultimi mesi in varie occasioni. Prima nel corso di un Ted a febbraio. Poi in un’intervista a Fast Company. Infine partecipando ad House Vision, un’esposizione in Giappone dedicata proprio a questi argomenti, che ha raccolto architetti, designer, aziende e imprese per scoprire il futuro degli scenari abitativi e che a fine anno partorirà un autentico modello di casa fluida.

Nella prima di queste occasioni ha sottolineato una serie di situazioni in cui i proprietari degli appartamenti hanno hackerato, per così dire, la loro abitazione – l’hanno cioè modificata negli usi, non solo esteticamente – in maniera da poter affittare una camera. C’è la mamma che dorme in camera col figlio nel letto a castello per poter concedere la sua matrimoniale, almeno quando ha ospiti procurati tramite Airbnb, o quello che ricava più spazio nei modi più assurdi, o chi si è visto costretto a cambiare serrature installandone di elettroniche, come negli hotel, per facilitare ingressi e uscite.

Insomma, il modo di viaggiare è cambiato. Di più: completamente ribaltato. E la questione che ne segue è squisitamente logica: se è cambiato perché è diventato in parte casalingo, anche le case devono cambiare – almeno un po’ – per accogliere meglio questo genere di dinamica. Altrimenti il comparto non avrà seguito. Ecco perché il design delle abitazioni del futuro, ma in fondo del presente, avrà una certa percentuale di sharing nel proprio Dna.

Come potrà davvero essere? Secondo Fast Company contraddistinta da spazi flessibili per non rinunciare al proprio, di letto. Così come, a ben vedere, sono flessibili altri spazi già ampiamente diffusi: penso ai coworking dove non rinunci alla tua postazione ma ti arricchisci di infiniti altri stimoli dati dalla presenza fisica di tante risorse diverse.

Oppure, alzando un po’ lo sguardo e la considerazione all’intero condominio, potrebbero diventare una via di mezzo fra case e residence. Anzi, alloggi per comunità pensate per questa sorta di transumanza turistica che si sposa tuttavia alle esistenze stanziali di chi ci abita condividendo. Appartamenti ovviamente separati ma con aree comuni, dai giardini ai luoghi per mangiare con un’intersecazione col social eating fino ai luoghi ricreativi, in una sorta di condominio 3.0. Fatto di privacy ma anche di opportunità fuori dalla porta o dalla camera affittata magari per poche notti.

In futuro vedremo esperienze di vita organizzate intorno a uno stile di vita condiviso” ha spiegato Gebbia. Un boom, quello del social housing, di cui si era parlato qualche anno fa, che ha trovato diverse concretizzazioni in molti edifici e quartieri anche in Italia, e che forse era perfino in anticipo sui tempi e al contempo troppo ristretto come platea potenzialmente beneficiaria.

Da una parte, Airbnb & co. sono esplosi solo qualche anno più tardi su scala mondiale. Dall’altra queste piattaforme immaginano ora un’organizzazione di vita che è davvero social solo se è aperta anche al turista che resta una notte e riparte, non esclusivamente ai condomini. Segno che la condivisione o è totale e aperta, o semplicemente non è. Con oltre due milioni di abitazioni coinvolte nel mondo da questa filosofia sharing, è impensabile che qualcosa – anche nei progetti, nelle ristrutturazioni, nelle idee di abitare, nella risoluzione delle emergenze abitative – non cambi nel prossimo futuro.

Fonte: Wired

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